solo soldout

A LIFE UNDER THE STAGE…

OUGHT @PITCHFORK FESTIVAL 2014

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Parigi, 30 Ottobre
Sono le 18.00 e siamo tra i primi alle porte della Grande Halle de la Villette. I presenti sulla Piazza che ospita il Pitchfork Festival sono ancora pochi, nonostante l’inizio della kermesse previsto per le 18,30. Ultima occhiata alla Time Line e si entra; tra trenta minuti saliranno sul palco gli OUGHT. Guardandomi attorno resto sorpresa del fatto che la platea non sia ancora gremita di gente, non tanto per l’ “idea” di festa e il richiamo che un festival genera nella mente dei partecipanti, quanto più per il fatto che mi aspettavo più clamore da parte del pubblico di Pitchfork nei confronti di uno dei gruppi emergenti più promettenti dell’anno. I quattro canadesi, di rispettivamente 22, 23, 23 e 24 anni, portano in tour il loro primo album MORE THAN ANY OTHER DAY.

Perché, visto la portata enorme del Festival e la quantità (e qualità) di Big presenti sulla Line Up, mi soffermo proprio sugli OUGHT?

Ogni giorno spendo dalle 10 alle 12 ore nell’ascolto di dischi; nuove uscite, classici, album vecchi di ogni genere e artista. Ho le mie certezze, come St. Vincent, James Blake, i War on Drugs, i Future Island, che so che non deluderanno le mie aspettative stasera. Mi soffermo sugli OUGHT perché quando ho ascoltato per la prima volta More Than Any Other Day ne fui subito colpita; credo sia la prima volta che mi capiti di ascoltare l’album di un gruppo emergente senza che si perda nella moltitudine di dischi che ascolto quotidianamente. In MORE THAN ANY OTHER DAY si sentono le influenze dei primissimi Talking Heads e Television ( e già su queste fondamenta si possono costituire imperi ); è chiaro che aspettarsi qualcosa di nuovo, che suoni diverso, sia quasi impossibile oggi come oggi, ma la perfezione stilistica e il carico emozionale che danno anima a questo piccolo gioiellino sono il punto di forza di questi quattro genietti.

18, 30: Eccoli sul Pink Stage. Persi nelle loro camice over, senza sfarzo, sembrano ancora più giovani e fanno quasi tenerezza su un palco così grande, per giunta privo di scenografia.
Today, more than any other day il pezzo d’apertura. Piazzano uno dei masterpiece così, all’inizio, “Azzardato” penso io; sono sempre stata scettica sulla scelta di “sparare subito le Cartucce Pesanti” nelle prime battute, ma bastano un paio di minuti per ricredermi… Quando Tim Beeler apre all’ urlo ” And sinking deeper ” cala il sipario, la maschera da timidi ragazzini sparisce, e te la sbattono in faccia come un pugno. Arriva fino allo stomaco, la sensazione di sentirsi vivi, la pelle d’oca , le lacrime, se questo è solo l’inizio vorrei non finisse mai. The Weather Song, un altro colpo ben assestato; il modo di muoversi di Tim mi riporta al Byrne di Psycho Killer,  seppure con un piglio di originalità e un carisma davvero sorprendenti. Riescono a riempire di emozioni tutto il vuoto che c’è intorno a loro e nella Halle, il suono è pulito le chitarre echeggiano sulla struttura metallica fino a creare un riverbero amplificato e continuo. HABIT. Habit, il pezzo che meglio definisce gli Ought, credo. Ci sono gruppi che, nonostante anni di attività e una discografia che vanta decine e decine di dischi, non si sono mai ben definite, non hanno mai trovato il classico ” Pezzo della Vita”. Ecco, gli Ought, esordienti ragazzini arrivati da Marte, hanno trovato in HABIT proprio questo; la formula giusta che li classifica da “Band Esordiente” a “Gruppo della Madonna”. È la prima volta che vedo un pubblico completamente assorto in quello che sta succedendo sul palco, il magnetismo di questi quattro canadesi ha streagato tutti; quello a cui stiamo assistendo non è solo un live, ma è la manifestazione di un piccolo miracolo. Chiudono su Beautiful Blue Sky, dieci minuti di alienazione in battute ripetute. Ipnotica. Un timido saluto e se ne vanno, lasciandoci ancora per qualche minuto immobili davanti al palco.

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Di questo Pitchfork mi porto a casa tantissimi bei ricordi, primo tra tutti sicuramente gli OUGHT. Mi rammarica pensare che ci siano persone che non ripongano fiducia nelle Band emergenti, solo perché non ne hanno mai sentito parlare o perché “Suonano Strane”. Il bello di Band come queste è che non sai mai cosa ti aspetti, hanno la carica e la voglia di suonare e di farsi conoscere, trasmettono entusiasmo, e questi dovrebbero essere dei motivi sufficienti per spingersi oltre al semplice ascolto superficiale di un disco. Manca la curiosità nelle persone, è questione di ricerca, di andare oltre a quello che ci viene continuamente propinato, è mancanza di amore proprio.
Chi l’ha visto e vissuto sa di cosa sto parlando…

OUGHT

“Learn something, something you believe in
But you can’t touch it and you can’t hold it
Oh, there is something, something you believe in
And you can’t wait for it to take a way a bit of time
In a nonspecific party, in a nonspecific city
Or anywhere
Anyway you feel this way like this song or that song
Act like you feel it but it doesn’t heal you, it doesn’t make you smile
Is there something you were trying to express?
Something you needed? Something you needed?
Is there something you were trying to express?
And you can’t go on without it, and you can’t go on without it
Is there a weight that you were trying to unload here?
But you just can’t get it, you can’t get it off now
And you get it, get it in your bloodstream
And you feel at home with it but you just can’t get relief

And there it comes again
And you give in again
And there it comes again
YOUR LIMITATION”…..

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This entry was posted on November 13, 2014 by and tagged , , , , , , , , , , .
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